La sfida dell’equità

- Adottare il modello danese: tutelare il lavoratore, non il lavoro? Ovvero meno welfare, libertà di licenziamento e briciole per gli ammortizzatori sociali. Peccato che chi lo sostiene non dica quanto costerebbe applicarlo da noi

Tutti conoscono un detto che dice come non si possano fare le nozze con i fichi secchi. Come a dire che per fare qualcosa di grande, come dappertutto è il ricevimento di nozze, servono risorse, non basta un cibo buono, ma povero, come appunto i fichi secchi.
La metafora viene decisamente a proposito in tempi come questi nei quali si favoleggia di welfare alla danese, come vera risposta alla necessità di flessibilità del mercato del lavoro. Altro che quell’anticaglia dell’articolo 18 (che - ricordiamo - non vieta di licenziare, ma obbliga chi licenzi qualcuno senza giusta causa o giustificato motivo, e dopo che il giudice abbia deciso che le cose stanno proprio così, a riassumerlo pagandogli tutti gli emolumenti che avrebbe dovuto ricevere se non fosse stato licenziato). La soluzione moderna è quella di tutelare il lavoratore, non il lavoro. Il modello danese, appunto, libertà di licenziamento compresa. Peccato che chi lo sostiene non dice quanto costi quel modello in Danimarca e quanto costerebbe applicarlo da noi. E quanto diverso sia quel mercato del lavoro dal nostro.
Da noi dove la mancanza di risorse rende complicata anche una “semplice” riforma degli ammortizzatori sociali, necessaria per estendere le protezioni a chi non ne gode, uniformare i trattamenti e garantire un periodo meno travagliato a chi, nonostante l’articolo 18 (e sono centinaia di migliaia di persone), il lavoro lo perde o comunque si trova in aziende che sentono pesantemente i colpi della crisi. Necessaria più che mai ora che le previsioni per il 2012 parlano di “perturbazioni continue”. E non a proposito di meteo ma di economia.
Cgil, Cisl Uil hanno presentato nella piattaforma comune richieste precise in tal senso e la Cgil da tempo avanza una sua proposta di riforma (anche se chi la dipinge come il sindacato del “no” o la ignora o fa finta di non sapere. Per chi volesse approfondire suggeriamo l’articolo di Claudio Treves sul numero 2 di quest’anno di Rassegna Sindacale). Lì si indicano le misure e i costi: 5 miliardi (che scendono a 4 se si considerano i rientri fiscali per lo Stato). Di cui una parte dovrebbe venire da un allargamento della base imponibile e da una rimodulazione delle qualifiche. Non è poco. Ma non è neppure troppo se si pensa ai risparmi che il governo ha fatto e farà con la riforma delle pensioni, che, si disse, non veniva fatta per “fare cassa” ma per dare un segnale forte nei confronti degli investitori internazionali. Sarebbe una cosa giusta reinvestire parte di quei risparmi in un rafforzamento del welfare. Sarebbe il minimo per chi parlava di equità ma finora non l’ha molto praticata.

di Enrico Galantini

11/02/2012

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