Un sogno di giustizia

- La condanna dei manager dell’Eternit va ben oltre l'aula del tribunale. Si è affermato un principio di civiltà. E un monito: per chi pensa che lo sviluppo non deve guardar troppo per il sottile, neanche sulla sicurezza dei lavoratori e dei cittadini

Eternit. Non ci sono stati applausi in aula. Commozione, piuttosto: e la faccia scavata di un vecchio operaio, rigata dalle lacrime, racconta quale è stata - qual è - la tragedia collettiva più di molte parole. Più della presenza dei sindaci con la fascia tricolore, a rappresentare la comunità. Più della ressa (clamorosa, di gente e di giornalisti, da mezzo mondo) a Palazzo di Giustizia di Torino.

Mentre il giudice scandiva le prime parole di una sentenza infinita - milleottocento e trenta le vittime, fino ad ora; tre ore la lettura del giudizio - quanti e quanti e quanti ancora, in attesa sul web, alla radio, seguendo le all-news della tv, hanno avuto un sospiro più lungo; non soddisfazione, no: il senso della giustizia. Perché i manager dell'azienda sapevano e nulla dissero dell'impasto mortale. Per quel male oscuro che si diffondeva, infido, il mesotelioma.

L'Eternit è nella vita di generazioni di italiani. Ognuno ha il suo “pezzetto” di eternit nella memoria: sotto il quale ha giocato, sotto il quale si è riparato per sentirsi al sicuro. Atroce beffa. Quel tetto, quel riparo, che ora torna alla memoria d'istinto: nemico sconosciuto.

Una sentenza storica; persino il ministro della salute, Renato Balduzzi, ha usato queste parole. Perché l'Italia è ancora piena di Eternit - cisterne, sottotetti, camini, strutture - e da oggi, forse, la battaglia per il risanamento sarà più consapevole. E il mondo è pieno di Eternit: per questo tanta attenzione dai giornali stranieri al processo che per la prima volta ha portato alla sbarra - e condannato così severamente, a 16 anni - i manager dell'azienda.

Una sentenza sulla salute e sulla sicurezza. E tornano in mente altre lacrime, quelle del processo contro la Thyssen Krupp - ancora a Torino. Anche allora i manager riconosciuti colpevoli per la morte dei sette operai, l'assoluta mancanza di sistemi di sicurezza. E tornano in mente purtroppo altre lacrime ancora, di rabbia, quelle della sentenza al Petrolchimico di Porto Marghera, 150 operai morti e nessun responsabile...

Ma oggi va bene questo sospiro un po' più profondo, per una battaglia vinta che va ben oltre l'aula del tribunale: si è affermato un principio di civiltà. E un monito: per chi pensa che lo sviluppo non deve guardar troppo per il sottile, neanche sulla sicurezza dei lavoratori e dei cittadini.

di Silvia Garambois

14/02/2012

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