
La mannaia del governo
Chi ha voglia di capire meglio perché il governo, e in specie il ministro Tremonti, abbia deciso di dare la mazzata definitiva ai giornali di partito e alle cooperative come la nostra [i primi sono pochi, le seconde molte] può andare a consultare il lungo elenco che trova nel sito della Presidenza del consiglio. E scopre testate mai viste e conosciute, forse mai andate in edicola e comunque finanziate lautamente. Da questo a trarre le conclusioni che sta traendo Tremonti, o quelle che ha tratto un paio di anni fa la trasmissione televisiva Report o quello che senti dire assai spesso in giro e cioè che i giornali se la devono cavare con le loro gambe e che bisogna farla finita con l’assistenzialismo, il passo è breve. Anche perché il passo successivo, quello che dice che l’informazione è tutta corrotta, asservita ai poteri forti o alla politica è in discesa. Come lo è il terzo passo, quello conclusivo, che porta all’estinzione di qualsiasi forma di sostegno unita, in modo indissolubile, con la tendenza dei cittadini a leggere sempre meno i giornali e con gli anatemi di Berlusconi. Forse l’intransigenza di Tremonti si può leggere anche così: qualcuno ha creato un mostro, lo ha alimentato, gli ha permesso di pascolare assieme alle pecore e poi si è molto scandalizzato perché il mostro ha mangiato le pecore. E ora invoca «rigore» decidendo di far fuori il mostro e tutte le pecore.
Il combinato disposto di questo insieme di luoghi comuni fa sì che è molto difficile oggi, a tre giorni dall’ennesima intimidazione del governo che decide di punto in bianco di cancellare il «diritto soggettivo», cioè la possibilità certa per i giornali che usufruiscono dei finanziamenti della legge sull’editoria, sostenere che non siamo - noi e chi come noi fa questo mestiere con passione, professionalità, onestà e trasparenza - degli assistiti di regime o dei profittatori.
Per noi, poi, che avemmo la presunzione, otto anni fa, quando passammo da mensile a settimanale, di sostenere che ce la saremo cavata interamente con le nostre forze e che il sostegno di legge, quando fosse arrivato [dopo cinque anni] lo avremmo impiegato per migliorare il giornale, è già difficile sentirsi paragonare al Secolo d’Italia o alla Padania, figuriamoci sentirci a pari merito con Trotto e galoppo o Fratelli d’Italia.
Invece, per anni siamo stati tutti sulla stessa barca - clientelare e ambigua di chi usufruisce del pubblico sostegno - con perfetti cloni in scala della politica corrotta o dell’imprenditoria allegra e sempre guardati con sufficienza dalla politica e dalla imprenditoria. A conti fatti, se ragionassi come un cittadino un po’ disinformato, quei 180 milioni che ogni anno lo stato elargisce ai giornali di partito o alla cosiddetta “editoria debole” sarebbe meglio impegnarli per aiutare le centinaia di migliaia di lavoratori licenziati. Ma siccome faccio questo mestiere da trent’anni, provo a ragionare e a indagare. E scopro che sia la Federazione della stampa che Mediacoop (che raccoglie le piccole testate di cooperativa), come anche alcuni parlamentari avveduti, da anni invocano una legge che faccia pulizia su quella lista nera. E chiedono un regolamento e trasparenza nelle assegnazioni e la fine dei favori e delle clientele e la verifica del lavoro delle testate e delle redazioni che usufruiscono della legge. Si vedrebbe così abbastanza facilmente chi un giornale lo fa davvero e chi no. Chi prende i soldi perché è amico della politica o dell’imprenditoria e chi li prende perché ha fatto una scommessa su se stesso e su questo mestiere.
Scoprirebbe che ci sono giornali come il nostro che sono partiti raccogliendo i soldi dei lettori che glieli hanno voluti affidare e sono riusciti a far crescere professionalità e qualità, che hanno creato una redazione ma anche un luogo della ricerca e della riflessione, un laboratorio della comunicazione e anche una piccola comunità desiderante.
Far precipitare tutto questo dentro le iconoclaste crociate del ministro Tremonti piuttosto che dentro le brighe furbacchione di qualche spregiudicato imprenditore di provincia è veramente insopportabile.
Ma veniamo a noi. Dopo aver tanto gridato «al lupo», ora il governo vuole davvero che il lupo si mangi tutto, buoni e cattivi, onesti e disonesti, giornalisti e affaristi cancellando d’un colpo una legge sulla editoria che ha un grandissimo difetto: l’essere stata male applicata negli anni e l’essere, oggi, obsoleta. E lo fa in modo che il segretario della Federazione della stampa ha questa mattina, nel corso di una conferenza stampa convocata in gran fretta, definito «incivile nel metodo e nei contenuti». Non c’è il rigore invocato, in questa manovra, ha puntualizzato Roberto Natale, della Fnsi, né quella pulizia che auspichiamo. Ma segnala un allarme che già la stessa Federazione aveva lanciato con la manifestazione dello scorso 3 ottobre: e cioè che sempre più l’informazione è sotto controllo, e le forme del condizionamento possono essere molte.
Così, quando alcuni direttori di testate politiche che saranno colpite dai tagli vengono a riferire di un incontro avvenuto questa stessa mattina con il presidente della Camera, Gianfranco Fini e al telefono con lo stesso Tremonti in cui i due rassicurano sul fatto che quel «diritto soggettivo» verrà ripristinato o nel decreto milleproroghe di fine anno o in quello sullo sviluppo di inizio nuovo anno, ma che prima verrà fatta pulizia sui profittatori, qualcuno tira un sospiro di sollievo, ma anche no.
Perché l’affermazione contiene almeno due elementi di forte preoccupazione: il primo è che di nuovo si procede per decreto e non con regole certe. Il secondo è che a fare pulizia ci penserà il governo usando criteri e metodi a tutti ignoti. Tremonti afferma che verranno di certo salvaguardate «le testate storiche depositarie di una tradizione», Fini sostiene che occorre distinguere tra testate reali e testate fittizie. Ma una domanda sorge spontanea: chi e perché ha creato testate fittizie e chi e perché ha consentito che, senza aver mai pubblicato una sola copia, tali testate potessero aver diritto ai fondi pubblici?
Ecco. Attorno a questo nodo, come a tanti altri che riguardano l’informazione, si gioca una partita molto grande e importante che parla di democrazia e di diritti. Carta, nell’annunciare di voler fare la battaglia per la sopravvivenza in modo aperto ed energico, non si rivolge ai professionisti né ai tecnici perché ritiene che l’ultima parola su questa questione non sia loro ma di chi il giornale lo legge e di quelli che fanno in modo che esista. E non sono né Tremonti né Fini.
di Anna Pizzo, settimanale Carta
18/12/2009
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