L’Italia del nuovo anno

- Basta entrare in una qualsiasi casa del nostro paese per avvertire il dramma del lavoro che segna questi nostri giorni.

E’ proprio vero: sono anni difficili. Quello appena nato già si annuncia come portatore di una crisi occupazionale ancora più grave di quella vissuta nel 2009. Un intero sistema di regole, di tutele, di principi viene meno, mentre cresce la certezza dell’insicurezza. E sono pochi quelli che possono considerare il bicchiere mezzo pieno.
La famiglia Maggiori (padre, madre, tre figli), ne è un esempio (tutti i nomi sono falsi, ma la storia è assolutamente vera). Il padre Ernesto, dirigente di una azienda del settore comunicazione, ha appena accettato un piccolo scivolo (due anni) ed è andato in pensione a 60 anni con 35 anni di contributi. Tra liquidazione e incentivo mette in piedi una piccola somma con cui fa un piccolo investimento immobiliare. Sua moglie Sandra, 52 anni, è impiegata in una azienda di servizi scorporata dalla Telecom e finita in una multinazionale in seguito alla nota privatizzazione. Il 23 dicembre i sindacati sono stati informati che a fine gennaio vi sarà una ristrutturazione con cento esuberi. Lei, ex delegata Cgil, è tra i possibili licenziati. Il figlio maggiore Giovanni (33 anni) è da poco dottore di ricerca in Storia medievale all’Università di Padova ed ha ottenuto un contratto biennale a Roma. Guadagna 7-800 euro al mese, prepara testi universitari, segue tesi, tiene lezioni, aiuta negli esami il prof, con la prospettiva di poterlo sostituire tra una ventina d’anni, se gli riesce. La figlia Antonia ha 29 anni (quasi 30, dice lei) e fa la giornalista (pubblicista) in una web radio, di cui è direttrice (o direttora, fate voi). Un migliaio di euro al mese, contratto di collaborazione a partita Iva e scarsa possibilità di carriera. Il figlio Gianni ha 16 anni, iscritto in un istituto tecnico commerciale, eccelle in diritto ed economia ed ha appena saputo che la Gelmini vuole abolire proprio queste due materie con la riforma della secondaria superiore. Una storia come tante, nemmeno tra le più drammatiche. E’ l’Italia del 2010, quella vera.

di Paolo Serventi Longhi

07/01/2010

Podcast











Cerca in archivio