
Non è proprio un belpaese
Ma che paese è mai questo nel quale viviamo? Un paese dalla forte connotazione razzista, come dice l’Osservatore romano. Un paese dove organizzazioni criminali e imprenditori a loro subordinati gestiscono la tratta dei lavoratori-schiavi immigrati, sfruttati nel modo più infame che poi prendono a fucilate quando alzano la testa, per provocare una reazione e poterli così espellere dal territorio. Magari sostituendoli con altre etnie.
Un paese nel quale una forte maggioranza di cittadini continua a votare per un governo il cui capo propone un sistema fiscale che penalizza i redditi da lavoro dipendente e da pensione mentre premia una minoranza di persone dal reddito alto. Un paese che vive la più grande crisi occupazionale d’Europa, come dimostrano i dati Istat 2009 sul lavoro, e dove i media vicini al potere continuano ad ignorare o quasi le tragedie quotidiane, individuali e collettive.
Un paese dove la povertà assoluta, derivata dall’impossibilità di accedere a beni e servizi, aumenta a tal punto da coinvolgere larghi strati di operai e piccoli impiegati, oltre che di pensionati.
E’ l’Italia del 2010, come dicevamo nello scorso numero di Rassegna sindacale a proposito del precariato. L’Italia dalla quale molti vorrebbero fuggire ed alcuni ci riescono, specie coloro che hanno un’alta qualificazione intellettuale, tecnica e scientifica. Una nazione in cui si diffonde sempre più una gravissima crisi morale, un ribaltamento di valori che colloca la primo posto il successo economico e sociale raggiunto ad ogni costo. La persona umana conta poco o niente: i deboli, gli emarginati devono sparire, salvo poi sfruttarli se serve a far denaro. L’onestà e la tolleranza sono cose da ingenui, da sciocchi. Non sono categorie virili come l’arroganza e la sopraffazione. In questo clima, ci restano, nell’incapacità delle forze progressiste di dare risposte unitarie e credibili alla gente, da un lato il sindacato, la Cgil, che continua ad essere impegnata con determinazione nella difesa dei diritti sociali e civili. Dall’altro, tra mille contraddizioni, il mondo delle istituzioni cattoliche, del volontariato, laico e cristiano, di coloro che affermano valori alternativi a quelli dominanti. Una grande responsabilità per tutti coloro che cercano di mantenere accesa la fiammella della solidarietà.
di Paolo Serventi Longhi
15/01/2010
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