
Marcocavallo è sempre tra noi
L’utopia benefica di Basaglia è tornata a farsi viva. Quello slancio che trent’anni fa ha unito pazienti e operatori psichiatrici nella convinzione che, abbattuti i muri del manicomio, “poi si sta meglio tutti, chi stava dentro e chi stava fuori”, si è materializzato ancora. E non solo nella bella fiction con gli alti ascolti che sappiamo. E’ tornata a mostrarsi in tutta la sua vitalità la scorsa settimana proprio a Trieste, al Parco San Giovanni, insomma nell’ex manicomio dove l’esperienza basagliana ha mosso i suoi primi decisivi passi. Per tre giorni, in plenaria o nei gruppi di lavoro, oltre mille tra malati, loro familiari, operatori psichiatrici si sono ritrovati, annusati e interrogati su “cos’è oggi la salute mentale?” Una domanda senza risposte facili, una ricerca aperta, priva di approdi rassicuranti, “dialettica e sperimentale” per dirla con Basaglia. Un grande incontro, non un convegnone, ricco di racconti, di esperienze positive, che ha espresso fiducia sul percorso intrapreso per la cura delle persone affette da disturbi mentali, quanto una coscienza diffusa delle fatiche, degli insuccessi e dell’incerto futuro che aleggia oggi sul campo dei diritti individuali e dell’inclusione sociale dei diversi in particolare.
“Il richiamo di Trieste è ancora forte” ci dice soddisfatto il padrone di casa Peppe Dell’Acqua, responsabile del Dipartimento di salute mentale del capoluogo friulano nonché primo animatore dell’iniziativa. “Qui si respirano ancora i pensieri lunghi di Basaglia e qui siamo tornati a parlare di salute comunitaria, l’unica in grado di offrire rispetto, dignità, cura e tutela alle persone malate, fragili, vulnerabili”.
Anche nel campo della salute mentale l’Italia è un paese a due facce, con fenomeni e tendenze a dir poco antitetiche. Così, al contrario di quel che stabiliscono le più recenti normative europee, nel nostro Parlamento si affacciano proposte di legge che vogliono “rilegare i matti”. E mentre i servizi territoriali di diagnosi e cura fanno i conti con risorse sempre più limitate, sulle loro carenze tornano a speculare strutture private dove non mancano contenzione e terapie a base di psicofarmaci.
Denuncia e speranza hanno attraversato le giornate triestine, con esperti provenienti da 40 paesi impegnati a confrontarsi sul tema del “controllo sociale che sappia riconoscere le persone” come antidoto alla paura e “al controllo securitario su chi esce dagli schemi”. Senza quindi negare la sofferenza e la malattia, ma riaffermando lo schema “dalle istituzioni chiuse ai servizi, dall’ospedale al territorio, dal disturbo psichico alla cura delle persone” che sta alla base della Legge 180. Trieste2010 ha avuto il merito di far parlare in prima persona i vari soggetti protagonisti della lunga e difficile lotta contro lo stigma, quelli che vivono quotidianamente la propria e l’altrui ricerca di guarigione e benessere. Ma se si eccettua la Cgil, che ha partecipato con convinzione all’iniziativa fin dalla fase di promozione, balzava agli occhi l’assenza delle altre grandi confederazioni sindacali e di rappresentanze della politica (amministrazioni locali e partiti politici). Medici, utenti, professori universitari hanno esposto le loro esperienze, raccontato le loro storie, aggiornato le loro opinioni. Insieme hanno manifestato la grande ricchezza del lavoro svolto per dare gambe alle intuizioni che portarono alla chiusura dei manicomi, ma pare che i matti facciano ancora paura. E così, anche se molte soluzioni in materia di salute mentale sono legate alle scelte e alle risposte della politica, fossati e ponti levatoi tra società civile e istituzioni appaiono sempre più evidenti e profondi.
di Altero Frigerio
16/02/2010
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