
Distruzione avanti tutta
Giacomo. Caterina. Pietro. Quattro seggioline a piazza
Montecitorio, davanti alla Camera dei Deputati: precari della scuola in lotta. Quando li abbiamo incontrati ancora non era arrivata l'autorizzazione per la tenda (“la Circoscrizione, il Comune, un mucchio di timbri”). Ancora non era arrivata l'ambulanza per Giacomo, (“ma hai sentito un medico, ti ha visto un medico?”): disidratazione, ricoverato d'urgenza. Giacomo,
Caterina e Pietro, cocciuti e digiuni per il diritto a fare il loro mestiere: insegnanti, bidelli, tecnici di laboratorio. Pietro però non può più digiunare perché dopo 13 giorni ora sta male (“non mi va più giù neanche un boccone di pesca, un po' di minestrina”), ed
è un uomo di cinquant'anni, e ormai non ci crede più che avrà il posto, ma così - dice - non si può andare avanti. Giacomo con gli occhi provati dalla stanchezza impone ai politici una pergamena da firmare, una dichiarazione d'intenti per salvare la scuola, il
medico - dice - può aspettare (e non è vero). Caterina è volitiva, bellezza mediterranea a briglia sciolta (“le abbiamo tentate tutte per attirare l'attenzione sui precari della scuola: ci siamo incatenati e scatenati. Non restava che il digiuno. Almeno ora si accorgono
di noi”). Sono venuti da Palermo per sedersi in questa piazza, da cui non se ne vogliono andare.
Sole di fine estate su piazza Montecitorio. Passano pochi politici ma tanti colleghi, precari della scuola, lacrime agli occhi. Fa rabbia. Rabbia sentire discorsi incomprensibili fatti di liste che si accavallano e di fuorilista, contratti che non arrivano e anni
di lavoro regalato, curriculum “pesanti” e portafogli vuoti. Ogni precariato ha le sue regole ferree. E ci sono più regole, e scogli, e punteggi, e stop-and-go, e liste, e gerarchie, nella carriera di un precario che in quella di un manager.
Melanie su Facebook scrive: “basta scioperi della fame ... abbiamo ottenuto visibilità ... non mettete a rischio la vostra vita …”.
La notizia è che anche a Milano è iniziato il digiuno. Come a Palermo, Roma, Taranto e Benevento. Saranno oltre ventimila quest'anno i precari che non lavoreranno, con i loro curricula pesanti, gli anni da assistente, ricercatore, due lire e tutto lavoro.
Vogliono il posto di lavoro. Vogliono un posto, in questo Paese, per la scuola.
di Silvia Garambois
03/09/2010
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