
Pochi maledetti e ad ostacoli
E’ profondamente ingiusto obbligare per decreto un anziano ad aprire un conto corrente bancario o postale per ritirare la propria pensione.
In questo modo, infatti, si va a complicare ulteriormente la vita a milioni di pensionati che già vivono in difficoltà, che magari sono soli e che saranno così costretti a chiedere aiuto a figli, parenti e amici per sbrigare pratiche burocratiche complesse e impegnative.
Gli anziani dovevano essere lasciati liberi di scegliere se avere o meno un conto e avrebbero dovuto continuare ad avere la possibilità di andare a prendere la pensione in contanti come molti di loro hanno sempre fatto.
Il governo, invece, ha scelto di forzare la mano senza ascoltare nessuno.
Nessun confronto, infatti, è stato avviato su questi temi in nome dell’urgenza di salvare un Paese ormai alla deriva.
Una norma del genere, però, non contribuisce di certo a migliorare la condizione economica dell’Italia tantomeno ad aumentare la sua appetibilità sui mercati finanziari.
Così come è impensabile di ascrivere la tracciabilità dei redditi da pensione alla grande e irrisolta questione dell’evasione fiscale, come qualcuno ha avuto impropriamente a dire.
E’ piuttosto una norma che serve a togliere qualche altro euro dalle tasche dei pensionati in favore delle commissioni bancarie e dei servizi emessi dagli istituti di credito.
Nei prossimi mesi ci ritroveremo, quindi, in una situazione di estrema confusione e di profonda incertezza.
Ai pensionati qualcuno dovrà spiegare il perché di questo accanimento nei loro confronti e non basta che gli si dica che dal 7 marzo il sistema funzionerà in modo diverso.
Non ci si rende conto che in questo modo si sta andando a stravolgere la quotidianità di milioni di persone, la maggior parte delle quali non ha la possibilità di recarsi fisicamente in banca o alla posta più volte al mese perché impossibilitati o perché vive lontano dai centri abitati.
Occorrerebbe che anche l’Inps si interrogasse sul perché di questa norma e che cominciasse ad essere meno passiva rispetto alle decisioni del governo.
All’Istituto chiediamo, quindi, con urgenza di mettere in piedi un tavolo di confronto con le Organizzazioni sindacali per affrontare insieme tutti i temi che riguardano la previdenza e per evitare ulteriori disagi per i pensionati italiani.
Devono essere assolutamente ricercate delle soluzioni che siano in grado di attutire i colpi di una manovra che è stata scaricata tutta o quasi sui pensionati e sulle pensionate di questo paese.
Sarebbe stato utile parlare a monte di tutte queste cose con il governo.
Avremmo voluto poter dire la nostra, magari aprendogli gli occhi sulla gravità e sull’ingiustizia di questa norma.
Come è noto ciò non è stato possibile perché si è preferito prendere decisioni unilaterali e imposte dall’alto senza che nessuno abbia avuto modo di sollevare alcuna obiezione.
Nel 2007 con il governo Prodi si decise di aprire un tavolo per affrontare i temi della condizione dei pensionati e della tutela del loro potere di acquisto.
Berlusconi decise, invece, di cancellare questo impegno.
Ora il governo dei tecnici ritiene inutile il confronto con il sindacato.
Non è così, però, che si traghetta un paese fuori dalla crisi.
Si può fare molto per il bene del paese ma non si possono accettare imposizioni prepotenti e inefficaci.
Il governo non può, quindi, più sottrarsi dal confronto sul tema della previdenza con le Organizzazioni sindacali se non vuole continuare nel segno dell’iniquità e dell’ingiustizia sociale.
Ne vale del futuro del nostro sistema di welfare ma anche della credibilità di chi si è assunto l’incarico di guidare il paese verso una stagione diversa e migliore.
di Carla Cantone, Segretario generale Spi-Cgil
03/01/2012
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