Il genere calpestato

- Il lavoro, la rappresentanza, i diritti, la violenza. Le donne italiane sono messe sempre peggio. E il 26 gennaio saranno di nuovo in piazza: a ricordare, con fiaccolate in diverse città, una giovane catanese uccisa da un fidanzato che voleva lasciare

Il lavoro. La rappresentanza politica. I diritti umani. Le donne italiane – quelle che sono scese a milioni nelle piazze per protestare - sono messe sempre peggio. E l’Onu (dove questi dati sono considerati uno degli indici di avanzamento - o arretramento - di un Paese) ha messo l’Italia sotto osservazione.

Le ultime notizie che arrivano dagli istituti statistici sono tutt’altro che buone: segnalano un ulteriore arretramento dell’Italia nell’occupazione femminile, soprattutto tra le più giovani. Secondo l’Istat, non solo in Italia non c’è stata la “ripresa” registrata nel resto d’Europa (dove nel 2010 c’è stato un “sorpasso”: le giovani disoccupate sono il 18,5%, gli uomini il 20%), ma si è ancor più allargato il divario, con il 29,4% di giovani disoccupate contro il 26,8% di uomini. Guardando i numeri globali (15-64 anni) va anche peggio: i numeri degli inattivi sono in aumento (37,8%), ma sono soprattutto le donne ad essere “scoraggiate”, con un tasso – secondo l’Istat - “ tra i più elevati a livello europeo e superiore di circa 15 punti percentuali rispetto a quello delle francesi e delle spagnole”.

Ma anche quando le donne lavorano, i loro diritti vengono aggrediti: e a oltre sessant’anni dalla prima legge sulla maternità delle lavoratrici, si trovano oggi a scontare ancora la scelta di essere madri, con l’incivile pratica delle dimissioni in bianco, il mobbing, le carriere bloccate. E con le politiche di welfare sempre più evanescenti che si trasformano in nuovi ostacoli per la vita delle donne, al lavoro e in famiglia. Mentre le istituzioni, a partire dal Parlamento, restano sorde e cieche.

Il capitolo dei diritti (disattesi) delle donne si allunga e si aggrava, fino al diritto umano alla vita. E solo ora iniziano ad aprirsi squarci nel velo oltraggioso sulle violenze di cui le donne sono vittime in famiglia, troppo spesso raccontate come “raptus di follia” o “troppo amore”: 127 donne uccise solo l’anno scorso, di cui quasi la metà tra le mura domestiche, per mano di un marito, di un ex, di un fidanzato, di un figlio, di un padre… Una donna su tre vittima di violenze… Dati che, anziché diminuire, sono aumentati negli ultimi cinque anni e raccontano un paese in cui la crisi di valori e di cultura si scatena contro le donne.

E per questo la sera del 26 gennaio le donne saranno di nuovo in piazza: a ricordare, con fiaccolate in diverse città, una giovane catanese attiva nel movimento di Se Non Ora Quando, Stefania Noce, morta a fine anno per le coltellate di un fidanzato che voleva lasciare. Stefania Noce non è stata l’ultima, ma è diventata un simbolo: nel suo nome le donne vogliono che la violenza di genere venga riconosciuta per la barbarie che è, e combattuta dalle istituzioni nella sua gravità. Gravità di cui è invece convinta l’Onu, insoddisfatta delle relazioni governative italiane al Cedaw (la Convenzione internazionale per l'eliminazione delle discriminazione nei confronti delle donne), e che ha inviato nel nostro Paese una osservatrice del Consiglio dei diritti umani.

 

di Silvia Garambois

23/01/2012

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