Migranti, le beffa dei contributi Inps

- E’ paradossale, con il vento xenofobo che spira dalle nostre parti, che i versamenti previdenziali dei lavoratori extracomunitari servano a pagare le pensioni degli italiani. Anche di chi li vuole ricacciare di là dal mare

Pagano i contributi all'Inps ma non vedranno mai la pensione, perché non aspetteranno la vecchiaia in Italia: i loro soldi serviranno, invece, ad assicurare le pensioni di quelli che li vorrebbero cacciare subito, magari perché hanno la pelle nera.

Sono le cento e cento storie degli extracomunitari che lavorano nel nostro Paese. Quella di Joseph, che ha 45 anni ed è filippino, e dopo vent'anni vuole tornare a casa, la sua famiglia è là. Di Awa che è somala, e nel nostro Paese ha passato 23 anni. Delle giovani donne che hanno lasciato l'isola di Capoverde per accudire i figli degli italiani, affidando i loro alle cure dei parenti: ma non vedono l'ora di tornare per vederli crescere, e non soltanto in fotografia. Così come le giovani cinesi del ristorante sotto casa, come i magrebini che hanno aperto un negozio etnico. Storie ordinarie, quotidiane. Versare i contributi, per loro, significa solo essere in regola per il permesso di soggiorno: una sorta di tassa per restare in Italia e nulla più.

Sono anche storie di datori di lavoro che pensano di assicurare il futuro a chi si prende cura dei propri figli e dei propri genitori, persone che diventano parte della famiglia, e invece stanno solo contribuendo a salvare l'Inps dal dissesto.

La legge è chiara: i cittadini extracomunitari, se non raggiungono il minimo pensionistico di età e contributi - così come tutti gli assicurati Inps - non hanno diritto alla pensione in Italia. Ma non hanno diritto neppure a vedersi riconosciuti gli anni lavorati in modo da aggiungere questi contributi (si dice “totalizzare”) a quelli maturati in altri Paesi. Perché ciò sia possibile, infatti, bisogna appartenere a uno dei Paesi dell'Unione europea o a pochi altri - Turchia, Tunisia, ex Jugoslavia - dove ci sono accordi bilaterali tra Stati. Altrimenti perdono tutto; tecnicamente, i loro contributi “decadono”. Ma quanti sono questi lavoratori, quanto versano?

I dati più recenti sono quelli forniti a fine 2013 dall'Inps, pressata dall'allora ministra per l'Integrazione Cècile Kyenge. E dunque: sono 2 milioni i lavoratori extracomunitari regolari, che pagano tasse e contributi, e creano il 10 % del Pil, mentre sono solo 26 mila le pensioni erogate.

In particolare si tratta di 883mila dipendenti con contratto a tempo indeterminato e circa 270 a tempo determinato, ai quali si aggiungono 467mila lavoratori domestici e 159mila esercenti di attività commerciali. Gli artigiani sono circa 120mila e 19mila i lavoratori subordinati. Inoltre, 136mila sono i lavoratori dipendenti in ambito agricolo, quasi 17mila gli stagionali e circa 1.500 i coltivatori diretti. A questi si aggiungono altri 300mila stranieri con ditte individuali.

Uno studio fatto qualche anno prima (nel 2009) da Tito Boeri, neo-presidente Inps, dava anche altre cifre: i lavoratori extracomunitari che versavano contributi all'Inps sei anni fa erano il 4,2% ovvero, in soldoni, si parlava di sei miliardi di euro. Una parte consistente della torta della previdenza italiana. E osservava Boeri: “A differenza dei contributi degli italiani, inoltre, molti di questi versamenti non sono destinati a generare spese future, cioè prestazioni a fronte dei soldi versati. Infatti i pagamenti erogati dallo stato per i lavoratori extracomunitari sono nettamente inferiori rispetto ai contributi versati”. Appunto: quei soldi di fatto servono essenzialmente a mantenere i conti dell'Inps.

Che tutto ciò sia profondamente ingiusto - anche se la legge è legge- è nelle cose. Ma è anche paradossale, con il vento xenofobo che spira dalle nostre parti, visto che i contributi versati dai lavoratori extracomunitari servono soprattutto a pagare le pensioni degli italiani. Anche di chi li vuole ricacciare di là dal mare.

di Silvia Garambois

24/04/2015



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