Poco liberi, molto in difficoltà

- Le Partite Iva? Sempre meno e sempre più anziane. Liberi professionisti, artigiani o piccoli commercianti costretti ad abbandonare le vecchie certezze per fare i conti con gli effetti della crisi. E il lavoro autonomo diventa povero e con minori tutele

C’è un crollo del “popolo delle partite Iva”: negli ultimi otto anni sono andati in fumo 552mila posti di lavoro tra i “lavoratori indipendenti”, cioè liberi professionisti, piccoli imprenditori, artigiani, commercianti. In termini percentuali significa un secco meno 10 per cento. Non solo: un lavoratore a partita Iva su quattro è sotto il livello di povertà, secondo gli ultimi calcoli della Cgia di Mestre sui dati Istat.

La “mappa del lavoro” in Italia continua a cambiare. E a perdere pezzi.

Le “nuove” partite Iva, tra l’altro, riservano delle sorprese: l’Osservatorio sul lavoro autonomo del ministero dell’Economia ha rilevato che le Partite Iva aperte da lavoratori italiani tra i 51 e i 64 anni sono aumentate del 7,5% a ottobre 2015 rispetto allo stesso mese del 2014, mentre le Partite Iva “giovani” hanno subito una leggera flessione. Chi perde il lavoro deve reinventarsi come libero professionista: ecco perciò il “picco” di chi, dopo i 50 anni, si avventura nella burocrazia delle partite Iva.
Cosa significano questi numeri è facile capirlo: la crisi non attanaglia solo il lavoro dipendente. Anzi: le aziende che utilizzano collaborazioni (come i giornali, ormai scritti in buona parte da free lance) quando sentono aria di crisi iniziano i “tagli” proprio sfoltendo le collaborazioni più onerose. E per quel che riguarda il commercio qualche tempo fa Confesercenti stimava che tra il 2008 e il 2013 hanno chiuso, ogni giorno, 5 negozi di ortofrutta, 4 macellerie, 42 negozi di abbigliamento, 43 ristoranti, 40 pubblici esercizi.

Ce n’è abbastanza per pensare che una legge sul lavoro non può essere fatta a pezzi, a comparti, a stralci: non è più il tempo andato (antico?) in cui il libero professionista era quello al quale si pagava una parcella salata per farsi curare o per farsi costruire casa; il lavoro d’azienda non è da tempo quello chiuso tra quattro mura o comunque con un contratto unico e certo; persino il commercio non segue più regole che sembravano immutabili. C’è una osmosi continua nel lavoro, proprio perché il lavoro non c’è.

Ora per il lavoro autonomo si attende lo Statuto, in discussione alle Camere. Una legge che era stata accolta inizialmente con favore, per mettere dei punti certi sui diritti di chi non li ha (certezza dei pagamenti, della malattia, della maternità) e che ora, invece, di emendamento in emendamento, ha rimesso in subbuglio chi fa la libera professione: nella bozza su cui è al lavoro il governo i pagamenti sono finiti a 90 giorni - anche se c’è una legge, assolutamente disattesa, che li impone a 30 -, è scomparsa la norma a tutela delle malattie gravi.

La protesta si è scatenata su twitter: “Il Jobs Act delle partite IVA? Promesse, ritardi, evidente incapacità di capire i freelance”.

di Silvia Garambois

26/01/2016



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