La realtà immutata dei campi lager

- La schiavitù e il caporalato continuano imperterriti a farla da padroni. E non cambiano le condizioni di sfruttamento, intolleranza e violenza per i braccianti stranieri impegnati nella raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro

I nuovi campi lager? Sono quelli nati per necessità nella Piana di Gioia Tauro. La terribile definizione è del presidente della regione Calabria, Mario Oliverio, inorridito di quel che ha visto e vissuto passando una giornata tra le vittime - migliaia di vittime, tutti extracomunitari - dello sfruttamento più barbaro e impunito: quello della semischiavitù nella raccolta degli agrumi, senza contratto di lavoro, 25 euro al giorno ché il resto se lo fregano caporali e ‘ndrangheta in un clima di xenofobia allucinante documentato dal Medu (Medici per i diritti umani, che nella Piana hanno una clinica mobile) e da don Roberto Meduri. Sono loro ad aver raccolto le testimonianze delle violenze esercitate sugli sfruttati non solo sul lavoro ma persino quando, al tramonto o a notte, tornano nelle tendopoli e baraccopoli sparse nelle campagne e stavolta sono vittime impotenti di altri criminali chiaramente razzisti e fascisti.

Di queste particolari violenze xenofobe bisogna non solo parlare e denunciarle: è inspiegabile la tolleranza, al limite della complicità, delle forze di polizia in particolare nella zona di Rosarno. La traccia perfettamente riconoscibile? Una Panda senza targa che si aggira tra i sentieri sterrati ala ricerca dei neri (che lo sanno, e cercano di muoversi a gruppi e di nascosto). Quando ne becca qualcuno isolato, ecco che da un finestrino si sporge un figuro armato di una spranga e dàgli al “negro”. Sette aggressioni da novembre ne ha contate Alessandra Coppola del Corriere della Sera. Ma di tre in particolare i medici per i diritti umani e don Meduri hanno raccolto le testimonianze, identiche. Sono due lavoratori del Burkina Faso e uno del Mali, ma uguali racconti fanno i senegalesi, i maliani, i nigeriani... Non hanno paura, loro. Fanno parte di quella buona metà di sfruttati della terra che hanno ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Ma che significa, per costoro - dotati di permesso o illegali -, “vivere” per essere sfruttati sul lavoro e picchiati quando tornano sfiniti per stendersi su un lercio materasso? Significa campare sommariamente nella fatiscente tendopoli di San Ferdinando (milleduecento persone, bambini compresi), o in una ex fabbrica occupata (altri quattrocentocinquanta), o nei casolari abbandonati. Significa campare grazie a quei pochi ai”, ti che possono dare Sos Rosarno, i medici del Medu, le parrocchie, i sindacati, qualche amministrazione comunale. Quando non significa rischiare anche la morte nelle aggressioni, o la morte sul campo di pomodori, come accadde qualche mese fa in Puglia ad una lavoratrice italiana.

E le promesse di intensificare la lotta all’intermediazione criminale, ripetute ancora l’estate scorsa dal governo quando si scoprì che il caporalato - nelle stesse forme sfruttatrici e di abiezione - era salito su, almeno sino al Chianti come denunciarono e documentarono il Corriere Fiorentino e scrivemmo anche su queste pagine? E le assicurazioni che gl’ispettorati del lavoro avrebbero controllato l’esistenza di regolari contratti e di altrettanto regolari retribuzioni? ”Situazione assurda, non degna del vivere civile”, ha detto ancora il presidente Oliverio: “Sono campi lager, serve un intervento umanitario urgente dello Stato”, per tamponare l’emergenza e poi pianificare “un’accoglienza diffusa”. Avete visto nulla? Avete visto tracce di un programma? Avete visto ministri o segretari nazionali di partito…

di Giorgio Frasca Polara

27/01/2016



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