Pantalone paga, le imprese incassano

- Il governo aveva stanziato in legge di stabilità 1,8 miliardi di euro per l’intero 2015, destinati agli sgravi alle assunzioni a tempo indeterminato. A conti fatti, ogni nuovo occupato in più è costato alla fiscalità generale circa 29.000 euro

Il dibattito sul mercato del lavoro in Italia pare screditarsi su una discussione aritmetica, in cui il Governo e la gran cassa mediatica al suo cospetto la fanno da padrone. Ristabilire il principio di realtà rimane esercizio necessario di critica del presente e del viziato “ottimismo della volontà” proprio del nostro Presidente del Consiglio. Tuttavia, una narrazione critica deve incessantemente restituire, insieme alle dinamiche quantitative, la visione complessiva. Nei primi undici mesi del 2015, stando all’ultimo rapporto dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, il numero di nuovi contratti a tempo indeterminato, al netto delle cessazioni, è circa 114.000 contro i 521.700 a termine. La movimentazione di rapporti a termine comprende tutti i contratti che fanno capo a uno stesso lavoratore. Avere due o tre lavori precari è una prassi consolidata eppure spesso non sufficiente a garantire una retribuzione oltre la soglia di povertà.

Per capire come si è evoluta la dinamica dell’occupazione, non dei contratti, bisogna guardare ai dati dell’Istat, secondo cui da gennaio a novembre scorso il numero di occupati a tempo indeterminato (con o senza tutele crescenti) è aumentato di 62mila unità contro un aumento di 125 mila unità per quelli a termine. Depurando i datti dall’effetto moltiplicazione dei contratti a termine, si nota che nel 2015 ci sono più occupati a termine che indeterminati. Il governo aveva stanziato in legge di stabilità 1,8 miliardi di euro per l’intero 2015, destinati agli sgravi alle assunzioni a tempo indeterminato; ogni nuovo occupato in più è quindi costato alla fiscalità generale 29.000 euro.

È possibile guardare anche oltre il costo unitario dei nuovi occupati. Quando si parla di fine della precarietà, è sufficiente notare che nei primi undici mesi sono stati attivati 1.640.630 contratti a tempo indeterminato a cui vanno aggiunte 388.454 trasformazioni da contratti a termine in indeterminato: quasi 2.000.000 di contratti avviati. Se il totale al netto delle cessazioni è di 114.000, significa che molti, troppi nuovi contratti sono già cessati entro i primi undici mesi. Per avere un numero esatto, dovremmo sapere quanti dei rapporti avviati nel 2015 si sono già conclusi, rimane tuttavia più che un indizio di fondo: la durata dei nuovi contratti a tempo indeterminato è piuttosto breve, avvicinando nei fatti i nuovi contratti “formalmente” stabili a quelli precari. Intanto, per l’intera durata di questi contratti, i datori di lavoro hanno beneficiato degli sgravi, ma soprattutto non li hanno ridistribuiti in sotto forma di più elevate retribuzioni. Infatti, le retribuzioni teoriche lorde dei nuovi assunti a tempo indeterminato rispetto ai colleghi assunti un anno fa, sono diminuite in undici mesi dell’1,7%. Il governo pare aver raggiunto il suo vero obiettivo di politica economica: una redistribuzione incondizionata delle risorse disponibili dal lavoro al capitale.

di Marta Fana

28/01/2016



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