I danni collaterali della privatizzazione

- Poste chiuderà 455 uffici e altri 608 ridurranno le aperture. Così viene meno in più di mille paesi e quartieri un servizio essenziale. E aumentano i costi per gli utenti: dove pago la bolletta? dove incasso la pensione? dove gestisco il libretto postale?

L’hanno voluta la privatizzazione di Poste SpA? Ecco i primi frutti: il piano di riorganizzazione dell’azienda prevede a livello nazionale (ed in parte è già in atto) la chiusura di 455 uffici postali e la riduzione degli orari di apertura - un giorno funzionano, due giorni no - in altri 608 uffici. A parte il disagio degli utenti, anzitutto gli anziani che magari saranno costretti a farsi o far fare cinquanta chilometri per raggiungere un ufficio aperto. A parte la progressiva espulsione dal lavoro di migliaia di dipendenti delle Poste o il loro trasferimento secondo il metodo già sperimentato con la “buona scuola”. A parte tutto questo e tant’altro, si aprono, anzi si aggravano enormemente due questioni di fondo del tutto inammissibili in un Paese civile.

La prima questione è la violazione sfacciata di un antico, sin qui mai violato tacito patto tra il Paese e le Poste. Voglio dire il patto in base al quale l’ufficio postale, anche in un paesino d’alta montagna, anche in una frazione, anche in un villaggio impoverito dall’emigrazione, è un bene pubblico, è un patrimonio della collettività, è un elementare servizio per il cittadino. Bene, anzi male: se togli o riduci drasticamente questo servizio in più di mille paesi e quartieri di città tu Poste (e tu Stato) non solo violi questo patto ma impoverisci il Paese e le sue genti, aumenti i costi materiali e immateriali della vita di ognuno: dove pago la bolletta? dove incasso la pensione? e dove gestisco il mio conto corrente postale?

La seconda questione è paradossale. Mentre si chiudono gli uffici postali “minori” (ma tanto preziosi per la tanta gente che vive nelle periferie), invece nelle grandi e medie città ecco che le sedi della Posta vengono trasformate in veri e propri supermercati, finanziari e non solo. In una esclusiva logica di guadagno - altro che patto con gli italiani - gli uffici postali puntano su assicurazioni, carte di credito, telefonìa mobile, servizi finanziari in genere, e poi libri, cd, poster e quant’altro alimenta la speculazione monetaria e il consumismo. (A proposito: poi finisce, anzi è già finito, che, dove chiudono gli uffici “minori”, là aprono filiali di banche che hanno buon gioco nell’assorbire il piccolo-medio risparmio di chi è costretto a rinunciare al tradizionale, antico libretto…).

Come reagisce il governo alle raffiche di interrogazioni che, alla Camera come al Senato, denunciano qui che “in provincia di Verona si prepara la chiusura di dieci uffici postali e per uno la riduzione di orario”, là che “nelle zone montane della Calabria stanno scomparendo gli uffici postali”? Allora il ministero per lo Sviluppo economico è costretto anzitutto a rivelare che sì, il contratto di programma vigente tra il ministero e Poste Italiane “prescrive che quest’ultima trasmetta all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) l’elenco degli uffici postali e delle strutture di recapito che non garantiscono condizioni di equilibrio economico e, contestualmente, il piano di intervento per la progressiva razionalizzazione della loro gestione”. Dalla razionalizzazione alla chiusura il passo è breve. Attenzione, infatti: il contratto di programma è di gran lunga precedente alla privatizzazione di Poste, e quindi appena i privati (ancorché di minoranza, e l’affare non è neppure andato tanto bene per lo Stato) sono arrivati, hanno evidentemente preteso risparmi dove c’erano perdite e sprone dove c’è da guadagnare.

Certo, ora il governo deve tranquillizzare anzitutto il Parlamento e, suo tramite, gli utenti del servizio postale. E quindi il ministero spiega che, “pur avendo perso (in favore dell’Agcom, ndr) le proprie funzioni di regolamentazione e di vigilanza, è in più occasioni intervenuto affinché ogni modifica dell’assetto della rete di Poste Italiane fosse preceduto da una fase di effettivo confronto con la regioni e gli enti locali”. E “in effetti” una qualche “effettiva modifica del piano” si è avuta, ma dove e in quale misura si evita di precisare: lo si dovrebbe sapere ufficialmente, “a regime” (cioè a cose fatte?), entro il 1° luglio 2016. Comunque, si assicura, Poste Italiane “anche tenendo conto della necessità del perseguimento di obiettivi di coesione sociale ed economica”, si è impegnata (lo si dice senza temere l’involontario umorismo) a “ricercare e valutare prioritariamente ogni possibilità di potenziamento complessivo dei servizi anche mediante accordi con la regioni e gli enti locali”.

Che niente niente spunti il tentativo di accollare ai poteri locali le spese di gestione degli uffici già dismessi o in ridotta attività, e quelli da dismettere? Non è un interrogativo malizioso se si vuol leggere tra le righe di un’altra affermazione ministeriale legata ai sopraddetti “accordi con regioni ed enti locali”: “…dando seguito all’indicazione del ministero secondo cui l’ipotesi di interventi di riduzione della rete di sportelli debba essere confinata come estrema ratio dopo aver considerato possibilità alternative”. Altre mini privatizzazioni (in Inghilterra ogni bottega può essere anche ufficio postale)? O altri carichi su regioni e comuni?

di Giorgio Frasca Polara

29/01/2016



Permalink:

Podcast











App Android App iOs

Cerca in archivio