Tutte casa e famiglia

- Quello che viene delineato dall’ultima ricerca dell’Istat sulle casalinghe è un “ritratto” che racconta soprattutto le differenze generazionali, i cambiamenti culturali, la rassegnazione a un lavoro socialmente oscuro che non dà alcuno sbocco economico

Se otto ore vi sembran poche… È, secondo l’Istat, il numero medio di ore di lavoro non retribuito svolto ogni giorno da una casalinga (2.539 ore l’anno, festività comprese). Complessivamente stiamo parlando di 20 miliardi e 349 milioni di ore di lavoro, gratis, che fanno funzionare il Paese.
 
L’identikit della casalinga nel nostro Paese è molto cambiato negli anni: rispetto a dieci anni fa, per esempio, c’è mezzo milione di donne in meno che si dichiara “casalinga” ai sondaggisti (in tutto oggi sono 7milioni e 338mila, e quasi 500mila tra loro sono straniere). Tra loro solo una su tre ha il bancomat, per lo più vive in famiglie monoreddito ed è quindi più esposta al rischio povertà, soprattutto al Sud (e comunque quasi la metà dichiara che i soldi in casa non bastano), e la scolarizzazione è mediamente assai bassa.
 
Ma c’è un altro dato che pesa: 700mila di queste lavoratrici (il 9,3%) sono in povertà assoluta.
 
Quello che viene delineato dall’Istituto di Statistica nella ricerca presentata nei giorni scorsi è però un “ritratto” che racconta soprattutto le differenze generazionali, i cambiamenti culturali, anche la rassegnazione a un lavoro socialmente oscuro che non dà alcuno sbocco economico.
 
Sono le più anziane a riconoscersi senza esitazione nel mestiere di tirare ancora avanti una casa e una famiglia, tanto che oltre il 40% è composto da donne ultra 65enni. Ma il dato più interessante, all’opposto, è quello delle giovani e giovanissime: quasi il 13% ha meno di 34 anni. Da un lato significa che la maggior parte delle donne in questa fascia d’età, anche se il suo tempo lo passa tra strofinacci, fornelli e pannolini, alla domanda “che lavoro fa?” sceglie altre opzioni, a partire da “disoccupata” - e forse pesano anche il diploma, o la laurea, inutilizzati in un cassetto. Dall’altra quello della casalinga non è vissuto come “lavoro”, è solo una faticaccia senza fine che non produce reddito, non assicura pensione, non dà un ruolo sociale. Le altre risposte date all’Istat, infatti, rivelano che oltre il 70% di queste giovani ha scelto il lavoro di casa “per motivi familiari” (il che, per lo più, significa la nascita di un figlio e le difficoltà di avere sostegni nel lavoro di cura che consentano opzioni diverse). E ben 600mila casalinghe giovani dichiarano apertamente di essere scoraggiate e di aver perso la speranza di trovare un lavoro.
 
Resta poi quell’altra bella fetta - la maggioranza - di donne più mature che al lavoro di cura, dei vecchi, dei bimbi, della famiglia, della casa (“economia domestica”, come un tempo si insegnava alle fanciulle: comprende anche la necessità di far quadrare i conti), dedica la sua vita e ne rivendica almeno il ruolo, un bel “casalinga” scritto sulla carta d’identità. Non vale meno del diploma o della laurea che hanno preso i figli (anche se molto spesso loro, invece, non sono andate oltre la terza media), e neppure della busta paga che porta a casa il marito.
 
Il “lavoro gratis” nel nostro Paese ha una incidenza enorme: basti considerare che alle casalinghe “ufficiali” vanno aggiunte tutte quelle che la casalinga lo fanno come secondo lavoro (avendo una occupazione remunerata, ma le camicie da stirare che attendono a casa), e senza sottovalutare il lavoro di volontariato… Alla fine, comunque, il peso maggiore grava tutto sulle donne: alle 2.539 ore di lavoro non remunerato all’anno delle casalinghe corrispondono le 1.507 ore delle occupate e le 826 degli uomini (considerando sia quelli occupati, sia quelli non occupati).
 
Tutto ciò però non può ridursi a una curiosità statistica. Né le casalinghe possono essere ricordate solo nelle promesse elettorali e poi nella realtà abbandonate in povertà nella vecchiaia. L’Istat, per esempio, non ci dice quante delle casalinghe censite versa ogni mese i contributi e paga il premio assicurativo all’Inail per garantirsi la “pensione delle casalinghe”: una pensione che, fin qui, ha dato esiti talmente irrisori che l’Inps in molti casi ha deciso, anziché spedire pochi euro ogni mese, di inviare l’assegno una volta all’anno.

di Silvia Garambois

17/07/2017



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