Emergenza casa

- Il problema degli alloggi esiste, sia per gli italiani che per gli stranieri. A partire dagli anni 90 l'Italia ha messo fine alle politiche abitative: niente più case popolari, poca riqualificazione, privatizzazione o abbandono del patrimonio. E oggi…

Allora: sono gli immigrati che rubano le case popolari degli italiani? Sono loro che sottraggono un tetto a famiglie di nostri connazionali in difficoltà? Famiglie - argomenta chi vorrebbe “aiutarli a casa loro” - che con i versamenti Gescal hanno “pagato” quelle abitazioni?
 
Dopo lo sgombero di un palazzo occupato da eritrei e gli scontri di Piazza Indipendenza se ne sono sentite di tutti i colori su casa e povertà nel nostro Paese. Ma pochi, pochissimi si sono chiesti come mai chi sbraita contro la penuria di alloggi a affitto “sociale”, poi raramente alza la voce per ottenere politiche abitative degne di questo nome. Di fatto, dalla fine dei versamenti Gescal ai primi degli anni '90, l'Italia ha messo fine a quelle politiche. Niente più costruzioni di case popolari, pochissima riqualificazione. Semmai si è andati in direzione opposta: privatizzazione del patrimonio. O abbandono. Tutti i piani-casa annunciati nella seconda repubblica hanno riguardato il privato, con possibilità di sgravi fiscali per chi affitta a prezzo calmierato, o (peggio) la possibilità di costruire una stanzetta in più.
 
La realtà è molto complessa, ma c'è un numeretto che in troppi hanno sottovalutato. Gli stranieri (anche europei, in primis rumeni) che vivono in alloggi di edilizia popolare non superano il 5% dell'utenza. L'intero patrimonio di case popolari (circa 800mila alloggi) dà un tetto a circa 2 milioni di persone, di cui 142mila sono stranieri. Si dimentica poi di sottolineare che tra le 650mila domande che restano inevase ogni anno, ci sono anche quelle di immigrati. Cade dunque l'assunto che gli stranieri occupano alloggi, mentre 650mila italiani sono in attesa, teorema propagandato in Tv.
 
A Roma nel 2015 (ultima rilevazione fatta dalla Regione Lazio) risultavano 363.563 stranieri residenti, nel resto della Regione altri 160.394. Le abitazioni di edilizia popolare sono 80mila, di cui il 57% (47mila) nella capitale. Ebbene, gli utenti delle case popolari sono 200mila, di cui circa 10mila stranieri (appunto il 10%). Una quota alta rispetto alla popolazione straniera residente (naturalmente più povera della media della popolazione italiana), ma contenuta rispetto all'intero numero di utenti.
 
Cifre diverse risultano dalla dinamica delle richieste. Sta qui la causa dell'allarme che si sta diffondendo in molte regioni. Le domande di stranieri spesso superano il 30% del totale, e in alcuni casi (come quello dell'Emilia Romagna) anche le assegnazioni a famiglie non italiane sono attorno al 35%. In altri casi c'è una divaricazione tra richieste e effettive assegnazioni. Per esempio a Torino gli immigrati non hanno superato il 10% delle assegnazioni, pur avendo presentato il 45% delle richieste. A Firenze il 17% a fronte del 43% delle domande, a Bologna il 19% a fronte del 30% delle domande.
E' chiaro che l'emergenza casa esiste, sia per gli italiani che per gli stranieri. Molte amministrazioni locali stanno reagendo con l'introduzione di paletti sempre più fitti, per escludere dalle graduatorie l'ondata di immigrati. Si richiedono dai 5 ai 10 anni di residenza nell'area, e altre condizioni (spesso ritenute incostituzionali dalla Corte costituzionale).
 
Ma la vera soluzione è affrontare finalmente la questione casa come una priorità del Paese. Ad esempio avviando un piano di frazionamento del patrimonio esistente, che presenta alloggi troppo grandi per le famiglie poco numerose di oggi (ad essere numerose sono proprio quelle straniere, che così guadagnano punti rispetto agli italiani). O recuperando patrimoni dismessi. Certo l'emergenza casa non si risolve mettendo ostacoli burocratici all'ingresso in graduatoria.
Bianca Di Giovanni
 

di Bianca Di Giovanni

13/09/2017



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