Il lavoro È

- Verso il 18esimo Congresso della Cgil. Pubblichiamo la Traccia di discussione per le Assemblee generali elaborata per allargare la partecipazione, avviare la discussione e raccogliere contributi e proposte per il documento congressuale definitivo

Premessa
Il Piano del Lavoro, ulteriormente approfondito dal Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile e Laboratorio Sud, che abbiamo continuamente aggiornato alle condizioni di contesto e che deve radicarsi nella nostra iniziativa, è stata ed è la proposta della Cgil per contrastare la crisi e rideterminare le priorità, nella consapevolezza che le soluzioni non potevano e non possono essere solo affidate alla contrazione del perimetro pubblico, alla centralizzazione delle risorse ed alla riduzione del debito. Il mantra delle riforme strutturali e dell’austerità non è stato e continua a non essere, la risposta alle nuove diseguaglianze e alla necessità di progettare e definire uno sviluppo sostenibile socialmente ed ambientalmente prima ancora che economicamente.

La legge sulle pensioni, che ha segnato un vero e proprio punto di rottura nel Paese prima e tra le lavoratrici ed i lavoratori da nord a sud poi, è una ferita aperta che non si è ancora rimarginata. Tale frattura si è riprodotta in seguito, sul piano legislativo, con la scelta del “Jobs Act” e della “Buona Scuola”.

Negli anni che abbiamo alle spalle abbiamo praticato tanta contrattazione, per lo più unitariamente, sia in difesa dell’occupazione e dell’insediamento produttivo che per mantenere i diritti che la legislazione sottraeva. Abbiamo determinato risultati straordinariamente importanti, come la legge contro lo sfruttamento sul lavoro e caporalato, prodotto un mutamento delle norme sugli appalti, da allargare agli appalti privati, che pur non sufficienti, hanno determinato cambiamenti che rendono possibile un salto di qualità della nostra contrattazione inclusiva. Non vogliamo sottovalutare poi il risultato del nuovo codice antimafia.

Abbiamo rinnovato parti significative dei contratti nazionali, tra cui quelli pubblici bloccati da dieci anni, ma non mancano settori dove la conquista del rinnovo contrattuale resta un obiettivo da conseguire. Così come deve essere proseguita la vertenza sulle pensioni dopo i primi parziali risultati che si sono determinati con la piattaforma unitaria.

Non ci siamo limitati al conflitto e alla difesa, abbiamo scelto la strada della creazione di un’altra proposta di sistema come il Piano del Lavoro, elaborando la nostra proposta di legge di iniziativa popolare: la Carta dei Diritti Universali del Lavoro. La Carta indica una scelta strategica riportando i diritti in capo alla persona che lavora: un’idea di eguaglianza dei diritti fondamentali, indipendentemente dalla tipologia del rapporto di lavoro e la centralità della persona che lavora in relazione alla sua cittadinanza.

Abbiamo accompagnato questa proposta attuando, per la prima volta nella storia della Cgil, la consultazione straordinaria delle iscritte e degli iscritti, scelta di democrazia e partecipazione e scelta di un pensiero lungo che offre un obiettivo ed una prospettiva. La proposta di legge incardinata in Parlamento, grazie alla nostra iniziativa, dovrà rappresentare non solo il tema della nostra contrattazione, ma il centro della nostra iniziativa generale.

Abbiamo costruito le nostre risposte con un metodo - e lo vogliamo sottolineare - che oltre a determinare una importante unità della nostra Organizzazione, ha allargato la partecipazione e la democrazia, offerto un patrimonio di scelte e mobilitazione a cui dare continuità nel prossimo mandato congressuale.

Declinare il lavoro e rappresentarlo significa ovviamente essere in grado sempre di misurarsi con il cambiamento e saper modificare l'agire proprio e la stessa contrattazione, in ragione delle priorità che si individuano. È questo il senso e la direzione che intendiamo indicare quando affermiamo di voler contrattare la digitalizzazione, attraverso la contrattazione inclusiva. È inutile nascondere che proprio sulla contrattazione inclusiva abbiamo registrato i nostri limiti, le nostre pigrizie. Dovrà essere riflessione del congresso.

Abbiamo potuto esercitare una così forte azione programmatica e costruire consenso anche fuori di noi, proprio in ragione di una consolidata scelta di autonomia, di unità della nostra Organizzazione e del suo rinnovamento che ci pare premessa ed auspicio per un congresso unitario.

Il 18° congresso si svolge sul finire del decennio di crisi, un decennio in cui la politica non ha trovato la chiave per dare risposte alle nuove diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione, mentre, l’andamento demografico, i flussi migratori in entrata e in uscita, il cambiamento prodotto dalla digitalizzazione richiederebbero una forte strategia di proposta e di governo. Una crisi della capacità e proposta di governo, non solo nazionale ma internazionale ed europea, in cui si manifestano nuovi protezionismi, instabilità geopolitica, nuovi conflitti e tensioni. Perciò pace e sviluppo devono tornare ad essere centralità ed obiettivo del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia, in Europa e nel mondo.

Abbiamo letto “prima” dell’esito elettorale, il prepararsi della rottura tra mondo del lavoro e la rappresentanza politica, la necessità di un pensiero lungo, di prospettiva, l’errore di dare per scontato il pensiero semplificato e la rassegnazione delle classi lavoratrici e delle classi più povere e quanto fosse sbagliato rinunciare a ricomporre e riunificare ciò che la crisi ha frantumato e disconnesso. In questo senso possiamo affermare che il progetto della disintermediazione è fallito, ma non scomparso dall'orizzonte della politica.

L’esito del voto segna la sconfitta della sinistra, la mutazione e il cambio dei rapporti di forza nella destra, l’affermazione del M5S, consegnandoci un quadro politico incerto e non privo di rischi. Questo, a nostro avviso rafforza la necessità di autonomia e di continuità dell’iniziativa del sindacato confederale. Propone, però alla Cgil il tema della ricerca, affinché rimanga aperta, la prospettiva di una politica progressista. Rinnova le ragioni di un protagonismo delle parti sociali e della rappresentanza sociale, a partire dalle relazioni industriali definite negli accordi sulla struttura contrattuale.

La ragione d’essere fondamentale di un sindacato confederale è la contrattazione, strumento principe per cambiare la condizione materiale delle persone, per acquisire maggiori libertà e diritti di cittadinanza per coloro che rappresentiamo. Questo ci impone di affrontare le nostre resistenze, perché investire sul cambiamento e l’inclusione richiede di individuare e mettere in discussione individualismi ed egoismi. Nell’epoca che vede comparire nuove formazioni esplicitamente razziste e neofasciste, non si può arretrare dalla scelta di contrasto, forte, per rinsaldare i valori della Costituzione. Un impegno vero, che non può dare per scontato che quei valori siano saldi e incontrastati nello stesso mondo del lavoro. In ciò la necessità di una ricostruzione della rappresentanza collettiva dentro e fuori i luoghi di lavoro, esercitando solidarietà e trasversalità e rafforzamento della tutela individuale per il pieno esercizio dei diritti sociali e di cittadinanza.

Una politica per l’Uguaglianza si nutre di universalità del welfare e di diritti, di redistribuzione del lavoro e della ricchezza; si nutre di applicazione della Costituzione e di rappresentanza sociale da allargare. A quella che ci appare anche come una crisi della democrazia rappresentativa e che mette in discussione i partiti tradizionali, abbiamo opposto un’idea di partecipazione e di intreccio tra strumenti di democrazia diretta - il voto dei lavoratori e delle lavoratrici - e le forme di democrazia rappresentativa. Questo modello deve rafforzare la nostra ricerca, la misura della rappresentanza e della rappresentatività, estendere la partecipazione, proporre scelte per una nuova unità sindacale necessaria. Fare tutto ciò richiede una Cgil sempre più vicina e radicata nel territorio e nei luoghi di lavoro.

Uguaglianza
Precarietà, negazione delle libertà, riduzione dei diritti, frammentazione del mondo del lavoro sono stati gli effetti delle politiche messe in campo per affrontare la globalizzazione. Questo ha contribuito a svalorizzare il lavoro e a incrementare le disuguaglianze, generando solitudine e rancore. Per la Cgil uguaglianza e libertà sono i valori a fondamento della democrazia ed entrambi concorrono a definire il concetto di persona. Sono i valori attraverso cui ricostruire e definire politiche nelle quali i diritti siano universali e le risorse e le possibilità non siano un privilegio di pochi ma opportunità per tutti.

Dare applicazione piena al valore dell'uguaglianza significa far prevalere le ragioni del lavoro e dei bisogni delle persone rispetto alle logiche di mercato e alle dinamiche della globalizzazione economica finanziaria, nel nostro Paese, come in Europa.

È necessario riconciliare l’Europa economica e l’Europa sociale per un nuovo modello sostenibile e inclusivo, di integrazione, attraverso il rafforzamento della legittimità democratica delle istituzioni europee. Vi sono alcune scelte che devono essere fatte, per far prevalere tale modello: nuovi strumenti di politica economica per aumentare gli investimenti finalizzati alla creazione di lavoro (Eurobond), intervento diretto nella programmazione, attuazione di strategie specifiche rivolte alle aree più in difficoltà (strategia macro regionale mediterranea), conferma dell’entità e della destinazione delle risorse finalizzate alle politiche di coesione europee; cancellazione del Fiscal Compact e scorporo dal deficit della spesa destinata al rilancio dell'economia; omogeneizzazione delle politiche, a partire da quelle fiscali, con l’obiettivo di accelerare gli interventi, di evitare competizione al ribasso fra i paesi, la pratica delle delocalizzazioni, contrastare l’evasione e le frodi e incentivare protocolli per la tracciabilità della spesa; riformare le istituzioni economiche a partire dalla Banca Centrale Europea, affinché acquisiscano anche l’obiettivo della piena e buona occupazione e completare l’unione bancaria europea con revisione del Bail-in (risoluzione di crisi bancaria che prevede l'esclusivo coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti, correntisti della banca stessa) e introduzione della clausola sociale; ricostruire un quadro comune di diritti del lavoro (Carta Europea dei Diritti) che preveda la progressiva armonizzazione dei trattamenti economici, normativi e di protezione sociale e introduca tutele salariali minime, rafforzando la contrattazione collettiva, per eliminare la competizione contrattuale e sociale attraverso l'applicazione delle leggi e dei contratti del paese in cui i lavoratori e le lavoratrici svolgono la loro attività, se di miglior favore, a prescindere dallo Stato in cui l’impresa ha sede.

La Confederazione europea dei sindacati deve avere ruolo decisivo, rafforzando la propria legittimazione democratica e aprendo una discussione su parziali cessioni di sovranità da parte dei sindacati nazionali.

Per la Cgil, il lavoro è il presupposto per affermare la dignità e la libertà delle persone e quindi la loro uguaglianza e parità sociale. Per garantire questo valore occorre nel nostro Paese orientare le scelte politiche verso la piena e buona occupazione, superando gli squilibri principali a partire dai divari territoriali in particolare tra il Nord e il Mezzogiorno del Paese. Servono inoltre politiche dedicate e straordinarie verso giovani e donne.

Creare lavoro e contrastare la precarietà, sono tra i principali obiettivi del Piano per il Lavoro e della Carta dei Diritti che devono trovare attuazione sia attraverso un intervento legislativo che contrattuale.

Le politiche del mercato del lavoro di questi anni, per ultimo il Jobs Act, hanno contribuito alla svalorizzazione del lavoro, spostando il baricentro delle scelte esclusivamente a favore dell’impresa, scardinando il diritto del lavoro. Scelte, che nel nostro Paese, non hanno favorito la crescita degli investimenti e della buona occupazione, assecondando un modello di sviluppo che ha scelto la riduzione dei costi del lavoro come principale leva competitiva. La crescita in termini quantitativi della occupazione è determinata per lo più da lavoro debole, precario, povero, di cui uno dei fenomeni più evidenti è rappresentato dalla crescita dei part time involontari soprattutto a carico delle donne. Dare continuità all’iniziativa e alla mobilitazione di questi anni significa, anche per via contrattuale, intervenire sul riordino delle tipologie, riportando il tempo indeterminato quale forma comune di rapporto di lavoro e contrastando le forme di lavoro più precarie. Si deve ripristinare il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo, allargando il campo di applicazione dell’art.18. Occorre dare applicazione all’obiettivo di estensione delle tutele alle lavoratrici e lavoratori autonomi e para subordinati, affermando il principio che il lavoro è uno e i diritti sono di tutti. Significa ancora assumere il tema della inclusione e della qualità degli appalti, come condizione per la legalità dei processi economici e per la dignità del lavoro e costruire un sistema universale di politiche attive che preveda orientamento, tutoraggio, formazione, inserimento al lavoro, certificazione delle competenze. Un sistema di politiche attive in cui centrale sia il ruolo del governo pubblico del collocamento e del sistema dei centri per l’impiego, di cui va rafforzata la presenza e la capacità di gestione in tutto il territorio nazionale. È necessario sostenere l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani rilanciando in particolare l’apprendistato in tutte le sue forme riaffermandone la valenza formativa.
La crisi economica e finanziaria, la transizione tecnologica e la precarizzazione hanno posto il tema di quali strumenti di supporto e sostegno nella vita lavorativa siano necessari.

Proponiamo un modello integrato che affianchi il sistema degli ammortizzatori con una nuova misura di sostegno al reddito, a carico della fiscalità generale. La nostra proposta è un reddito di garanzia e continuità che sia destinato per un tempo definito a sostenere i giovani in cerca di occupazione e a coprire le interruzioni dei rapporti di lavoro più frammentati e/o non coperti da tutele al termine dell’utilizzo di ogni altro ammortizzatore ed in assenza di altri strumenti. Tale strumento dovrà essere collegato all’obbligo di attivazione di percorsi formativi o di riqualificazione. Il sistema delle protezioni dovrà prevedere anche una revisione degli ammortizzatori in un’ottica universale, superando l’antitesi tra politiche attive e passive, garantendo prestazioni a chi oggi ne è privo e rivedendone criteri di accesso, durata e coperture.

L'Italia si è finalmente dotata di uno strumento universale di contrasto alla povertà (Reddito di Inclusione) che tuttavia non è adeguato alle domande che la condizione delle persone pone. Tra i fattori che determinano condizioni di povertà c'è sicuramente la dimensione che ha assunto nel nostro Paese il lavoro povero. Questo è tema su cui intervenire con precedenza, per consentire la costruzione di percorsi prioritari e il rafforzamento dei servizi dedicati alle lavoratrici e lavoratori svantaggiati e fragili. È pertanto indispensabile incrementare le risorse per estendere la platea e l’entità dell’assegno. Vanno inclusi incondizionatamente, a differenza di quanto accade ora, i cittadini stranieri con permesso di soggiorno di durata non inferiore ad un anno.

La parità sociale e l’uguaglianza si deve attuare nel mercato del lavoro, durante la vita lavorativa e anche nella fase di accesso alla pensione. L’attuale sistema pensionistico è ingiusto e rigido e determina una ferita nel rapporto con il mondo del lavoro. Per questo, vogliamo una nuova legge sulle pensioni, per un sistema previdenziale pubblico, solidaristico ed equo, uguale per tutti i settori, fondato sulla sostenibilità economica e sociale, che unifichi le generazioni e le diverse condizioni lavorative. In sintesi chiediamo un sistema flessibile di accesso alla pensione a partire da 62 anni e il conseguente superamento dell’attuale sistema di crescita dell’età di pensionamento in rapporto alla speranza di vita, un limite massimo di 41 anni di contribuzione per accedere alla pensione anticipata, senza penalizzazioni e aggancio alla speranza di vita, il riconoscimento del lavoro di cura e dei lavori gravosi ai fini previdenziali, una “pensione contributiva di garanzia” che, attraverso una valorizzazione dei periodi di fragilità nel percorso lavorativo, possa offrire a tutti, ad iniziare dai giovani, una prospettiva pensionistica dignitosa, una previdenza complementare che possa essere realmente e liberamente accessibile a tutti i lavoratori e le lavoratrici, anche attraverso una più efficace regolamentazione normativa e contrattuale, una effettiva tutela dei redditi da pensione, una estensione degli accordi bilaterali tra gli Stati in materia di protezione sociale.

Le trasformazioni sociali, a partire dalla precarizzazione del lavoro e dall'aumento della popolazione anziana, sono profonde e mettono in discussione equilibri consolidati e legami solidaristici. Uguaglianza significa anche e soprattutto ricostruire nel territorio una rete di welfare solidaristico, incardinato su un governo pubblico del sistema di diritti, tutele e protezione, che superi i divari territoriali e che, attraverso la partecipazione dei diversi attori (istituzioni, organizzazioni sindacali, mondo del volontariato, del no profit e delle imprese), sappia tenere assieme le politiche di welfare con quelle del lavoro e dello sviluppo locale. Per conseguire l’obiettivo di un welfare più aderente ai bisogni dei cittadini occorre rafforzare il processo di aggregazione e di associazione istituzionale nella gestione dei servizi, recuperando efficienza e qualità, orientando con più efficacia le risorse verso i crescenti bisogni di tutela, garantendo un sistema di diritti universali e esigibili, rispondendo con interventi straordinari di fronte alle necessità crescenti, a partire dall'emanazione di una legge sulla non autosufficienza a carico della fiscalità generale e dalla promozione di politiche di invecchiamento attivo. È necessario cambiare le politiche di finanza pubblica che in questi anni hanno determinato tagli rilevanti alle risorse per le politiche sociali, in particolare colpendo gli Enti locali e le Regioni. A fronte di questi cambiamenti occorre un diverso e maggiore impegno sindacale nel rafforzare la contrattazione sociale territoriale, coinvolgendo lavoratori e lavoratrici e pensionati e pensionate, attraverso un lavoro integrato dell'insieme dell'Organizzazione, confederazione e categorie e sistema della tutela individuale.

In questo contesto va collocato il welfare contrattuale. Il nostro obiettivo è ricondurlo ad una funzione integrativa e determinare le sinergie possibili al fine di rafforzare il welfare universale sia a livello nazionale che nei territori. Occorre garantire una gestione coerente del welfare contrattuale con le sue finalità sociali, superando le attuali modalità di utilizzo che molto spesso si riducono ad una erogazione di benefit, anche grazie ad una normativa fiscale distorcente che andrebbe al più presto modificata.

Nel nostro Paese esiste una vera e propria emergenza sanità - che nel Mezzogiorno assume carattere di lesione del diritto costituzionale - dettata anche dalle politiche di riduzione dei finanziamenti intervenute in questi anni, che impediscono l’effettiva uguaglianza nell’accesso alla prevenzione, alla cura, alla riabilitazione. Obiettivo prioritario è ripristinare la garanzia del diritto universale alla salute, incrementando il finanziamento al Fondo sanitario nazionale, garantendo in ogni Regione una dotazione di servizi di prevenzione, ospedalieri e territoriali, adeguata alle esigenze della popolazione, anche per contrastare i fenomeni della mobilità passiva e delle liste d’attesa. Tutto ciò attraverso una riorganizzazione dei servizi, da realizzare con la partecipazione democratica dei cittadini, più aderente ai bisogni della popolazione e senza sottostare a logiche legate ad interessi economici, corporativi o localistici.
Occorre superare inappropriatezze, diseconomie e fenomeni di illegalità e investire maggiormente, anche attraverso un apposito Piano nazionale, nella prevenzione e nella rete dei servizi socio-sanitari territoriali, ad iniziare dalle Case della salute, dalle strutture residenziali e semi-residenziali per i non autosufficienti, dall’assistenza domiciliare integrata. È necessario inoltre investire sulle nuove tecnologie e sul personale, attraverso un Piano straordinario per la buona e piena occupazione, che rafforzi gli organici, superi i diffusi fenomeni di precarietà, favorisca la formazione e la partecipazione di tutti i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica e privata. Inoltre è ormai ineludibile superare il numero chiuso per l’accesso ai corsi universitari per medici e per le professioni sanitarie. È necessario inoltre eliminare immediatamente i super ticket e modificare l’attuale sistema dei ticket, rendendolo equo per tutti e compatibile con l’accesso alle prestazioni.
La Cgil continua a ritenere che uno degli strumenti di affermazione del principio della uguaglianza sia rappresentato dalla leva fiscale. Occorre quindi superare la disuguaglianza fiscale attraverso una serie di interventi che affrontino le criticità del nostro sistema: poca progressività, poca equità, disorganicità degli interventi, peso eccessivo sul lavoro, evasione fiscale. La risposta è una riforma organica del fisco che si basi sui principi costituzionali della progressività e giustizia fiscale. I pilastri: diminuzione delle imposte sul lavoro (innalzamento della detrazione da lavoro dipendente), tassazione del patrimonio per il suo valore complessivo, lotta all'evasione e all'elusione fiscale attraverso la tracciabilità dei flussi; imposte locali progressive collegate alla garanzia universale dei livelli essenziali delle prestazioni; revisione delle agevolazioni fiscali e degli incentivi con selettività nella loro attribuzione (lavoro e sostenibilità).

Sviluppo
L’aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali e le grandi transizioni - ambientale e tecnologica - richiedono una strategia a lungo termine. I cardini di questo processo sono la sostenibilità ambientale, economica, sociale e territoriale per un nuovo modello di sviluppo che risponda ai bisogni di oggi e rispetti quelli delle prossime generazioni. La contrattazione per lo sviluppo rappresenta lo strumento per negoziare le precondizioni per la creazione di lavoro dignitoso e di benessere per un nuovo e rafforzato modello di confederalità

L’Italia non deve essere condannata all’esercizio della sostenibilità finanziaria, riducendo il perimetro pubblico e adottando politiche di austerità - come il pareggio di bilancio che chiediamo di cancellare - che hanno dimostrato di essere inefficaci anche al fine del contenimento del debito pubblico. Il pieno impiego deve tornare ad essere l’obiettivo finale delle scelte di spesa come indicato dal Piano del Lavoro della Cgil.

Anche a parità di risorse, è necessario rompere la logica della spesa a pioggia e incondizionata verso il sistema produttivo esistente puntando invece ad una crescita della produttività totale dei fattori, impostando una politica pluriennale di valorizzazione delle risorse del Paese. Questo significa selezionare e governare le politiche economiche secondo un modello alternativo, sostenibile, di crescita, sviluppo e giustizia sociale, che valorizzi il principio della legalità come necessaria precondizione. Il cardine di questo nuovo modello è la rivoluzione delle priorità: partire dai bisogni per determinare un nuovo welfare delle persone e nuovo welfare del territorio, quale fondamento della redistribuzione equa della ricchezza e delle scelte di spesa pubblica.

Ciò significa in primo luogo garantire l’accesso universale ai diritti di cittadinanza, determinando le condizioni per lo sviluppo socialmente sostenibile e il lavoro, superando la frammentarietà degli interventi e le politiche dei bonus, ricostruendo le reti sociali: sanità, istruzione, assistenza e casa. Questo obiettivo presuppone il ruolo forte del sistema pubblico nella garanzia dei diritti costituzionali dei cittadini.

Secondo pilastro di un nuovo modello di sviluppo è rappresentato dalla cura del territorio introducendo la sostenibilità ambientale - a partire dalle grandi direttrici: aria, acqua, terra e città verdi - e l’economia circolare quali criteri primari delle scelte, con effetti sul nostro sistema produttivo, sulla mobilità, sui nuovi modelli energetici rinnovabili.

Contro il ventaglio molto ampio dei rischi e le tendenze allo spopolamento ed all’impoverimento è urgente produrre strategie nazionali pluriennali multilivello - per le aree interne, per la prevenzione dei rischi naturali, per l'ambiente e la rigenerazione urbana - per la cui definizione e realizzazione si combinino investimenti pubblici e privati, nuove competenze tecniche, innovazione tecnologica e valorizzazione del territorio e del Made in Italy. Messa in sicurezza degli edifici pubblici - strutture sanitarie e dell’istruzione in primis - riqualificazione, saldo zero nel consumo del suolo, sono assi importanti di un progetto di riequilibrio e coesione sociale ed economica del Paese.

In questo senso occorre riproporre con forza il tema della ricostruzione di un quadro di governance territoriale e istituzionale che, alla luce delle riforme (es. aree metropolitane, province), ha indebolito la capacità di intervento nel territorio.

Sostenibilità economica, sociale, ambientale e territoriale rappresentano i pilastri su cui fondare il nuovo modello di sviluppo finalizzato alla creazione di lavoro. Questa impostazione è valida anche per ridurre i divari tra Nord e Sud, quanto per le aree interne, le aree colpite dal sisma e da altre calamità naturali o a rischio di marginalizzazione come le grandi periferie urbane.

In tal senso occorre cambiare radicalmente il quadro delle politiche economiche e dotarsi di due strumenti: un piano di investimenti pubblici - che metta a sistema tutte le risorse disponibili e che sia affiancato dal ruolo della buona finanza e del sistema bancario a servizio del Paese - e il governo e la selezione delle politiche, affermando il ruolo dello Stato protagonista e attore dei cambiamenti.
 
Occorre creare un nuovo strumento pubblico di governo delle politiche di sviluppo industriale, una nuova IRI o Agenzia per lo Sviluppo Industriale dove le scelte strategiche della politica possano trovare un luogo progettuale, programmatorio e operativo di governo, implementazione e coordinamento, da tradurre in un vero e proprio Programma Nazionale di Sviluppo per affermare filiere economiche strategiche per il Paese. Nelle aree più arretrate occorre aumentare i trasferimenti in conto capitale dello Stato - ad esempio nel Mezzogiorno - almeno al 45% del totale per un quinquennio, rafforzare le infrastrutture sociali e le infrastrutture per la mobilità materiale e immateriale (Banda larga e Ultra larga) e superare l’apparente alternatività tra le grandi infrastrutture e quelle secondarie, considerando prioritarie tutte quelle opere necessarie alla connessione dei territori, infraregionali e interregionali oltre che le grandi direttrici internazionali; dotare il Paese di reti strategiche innovative nell'energia e nell'acqua affermando e riconquistando nel sistema delle reti un controllo ed un governo pubblico indispensabili per mantenere un’autonomia del Paese nel rapporto con i cittadini e le imprese. Infine aumentare le risorse per le università anche per colmare il divario tra atenei del Nord e del Sud del Paese e investire molto di più sulla ricerca di base, favorendo il trasferimento tecnologico e creando nuova tecnologia al fine di orientare la nostra specializzazione produttiva, strutturando sedi stabili territoriali di interazione tra soggetti pubblici e privati della ricerca e della formazione, imprese, partenariato sociale ed economico, istituzioni. Questo modello di sviluppo presuppone anche una ripresa e aumento degli investimenti privati e maggiore responsabilità sociale del sistema delle imprese.

Un nuovo modello di sviluppo deve fare i conti con i processi di innovazione e digitalizzazione. Tali processi non hanno mai un effetto predeterminato e deterministico. È l’azione dell’uomo che determina la direzione dei cambiamenti. Per questo è utile affermare con la nostra azione contrattuale inclusiva, una pari dignità tra lavoro ed impresa sui temi del governo e della sostenibilità dell’innovazione, fin dalla fase della sua progettazione, anche al fine del miglioramento delle condizioni di lavoro. L’innovazione deve rispondere anche ai bisogni sociali e collettivi oggi inevasi attraverso governo e orientamento della domanda pubblica. Il recente accordo con Confindustria, va nella giusta direzione. La dimensione contrattuale dell'innovazione diventa strategica al fine di affermare i temi della partecipazione, della formazione, della rappresentanza e della salute e sicurezza.

Ciò a nostro avviso rappresenta un nuovo modello di relazioni innovative anche in funzione delle nuove caratteristiche della prestazione del lavoro digitale. In tale ottica la nuova frontiera è contrattare l’algoritmo, i nuovi modelli organizzativi, la formazione. Occorre valorizzare il ruolo dei fondi interprofessionali che devono operare in modo integrato nel sistema della formazione continua e dell’apprendimento permanente - affrontando innovazione e reindustrializzazioni con approccio di sistema.

Ad un nuovo modello di sviluppo corrisponde un ruolo nuovo, più ampio e profondo della contrattazione e una rafforzata confederalità (contrasto agli interessi corporativi, visione unitaria dello sviluppo, capacità di sintesi). La contrattazione per lo sviluppo sostenibile e il lavoro è il nostro obiettivo strategico e rappresenta la negoziazione sulle precondizioni e le scelte strategiche - sociali, ambientali, economiche e di produttività dei fattori - del Paese e di un territorio, superando la frammentarietà e la occasionalità nel rapporto con le istituzioni e codificando il ruolo negoziale delle organizzazioni sindacali. Nella contrattazione per lo sviluppo e il lavoro, il sindacato non può essere agente unico ma nodo di una rete partecipativa più vasta. Per la Cgil questo significa partire dal coinvolgimento di Auser, Federconsumatori, Sunia e delle associazioni degli studenti, delle aree della tutela, delle nostre consulte e di soggetti sociali organizzati e cittadini, con modalità inedite di partecipazione, condivisione e verifica.
 
Diritti e Cittadinanza
Praticare la cittadinanza come pieno accesso ai diritti primari nel lavoro e nella società per rispondere ai divari e alle disuguaglianze sociali. Attuazione dei contenuti della Carta dei diritti, un nuovo modello redistributivo dei tempi di vita e di lavoro e del rapporto tra reddito e salario. Inclusione sociale ed economica a partire da un sistema di istruzione e formazione che determini il superamento delle segregazioni sociali e rappresenti strumento fondamentale per l’accesso ai processi democratici. Affermazione della solidarietà e dell’accoglienza per affrontare i processi migratori

La Cgil con la Carta dei diritti ha messo in campo un’idea universale che partendo dai diritti del lavoro, declina un nuovo modello di cittadinanza. In questo senso il tema del rapporto tra tempi di vita e di lavoro, diventa paradigma essenziale del modello di società.

La riduzione generalizzata degli orari e del tempo di lavoro, finalizzando la redistribuzione dell’orario a favore dell’occupazione e della qualità del lavoro, la conciliazione dei tempi di vita, devono diventare assi strategici dell’azione rivendicativa della Cgil. Ciò significa - anche a fronte dei processi di innovazione tecnologica e organizzativa - perseguire una riduzione degli orari contrattuali e di fatto, regolamentare tempi di lavoro che assicurino da un lato maggiore flessibilità e dall'altro più ampi margini di autonomia nella gestione dell'attività lavorativa finalizzata al risultato, certezza dei tempi di connessione e di lavoro reale, oltre che il diritto alla disconnessione e al tempo libero e il diritto permanente e soggettivo alla formazione e all'aggiornamento professionale retribuito, la sperimentazione nei contratti nazionali di modalità innovative di riduzione o modifica dell’orario- anche temporanee - di lavoro individuale su base giornaliera e settimanale. Tutto questo necessita di un quadro legislativo e fiscale di sostegno.

La competizione basata sulla svalutazione del lavoro e la bassa qualità delle produzioni ha reso il nostro Paese più disuguale: l'Italia è il Paese con l'orario contrattuale più alto e i salari più bassi e ha divari salariali tra uomini e donne inaccettabili. Affermare i diritti di cittadinanza a partire dal lavoro significa rivendicare una nuova politica salariale, leva di crescita della domanda interna, che redistribuisca la ricchezza prodotta, valorizzi le competenze professionali e affermi il principio “eguale lavoro, eguale valore”. L’incremento del valore reale dei salari deve essere conseguito sia attraverso la contrattazione collettiva che attraverso la leva fiscale e con politiche che non fondino i loro presupposti su bonus, elargizioni occasionali o la diffusione di forme private di welfare. Alla qualità delle retribuzioni si deve accompagnare il rispetto alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro anche alla luce del fatto che l'introduzione della digitalizzazione e dell'automazione comporteranno ulteriori nuovi fattori di rischio. A fronte del peggioramento dei dati relativi agli infortuni sul lavoro, registrati a partire dall’inizio del 2018, occorre rilanciare una grande azione di prevenzione efficace, partecipata e diffusa (Piattaforma unitaria 2018) e definire una Strategia Nazionale che a partire dalla rivendicazione delle linee guida settoriali e degli strumenti mirati delle istituzioni (Regioni, Inail, Servizi di Prevenzione e Vigilanza), attui attraverso la contrattazione azioni concrete e modelli contrattuali innovativi ed inclusivi a tutti i livelli - in particolare sugli appalti - sostenendo il ruolo della rappresentanza ed il sostegno dei diritti degli Rls, Rlst.

Il sistema pubblico dell'istruzione e della formazione rappresenta l'altra chiave di accesso all'inclusione sociale e all'esercizio della cittadinanza, oltre che una risorsa essenziale per lo sviluppo economico e democratico di un paese. Per questo occorre rispondere con forza alla povertà educativa e alla nuova segregazione sociale, ai divari territoriali, oltre che alle nuove sfide dell'innovazione tecnologica: rivendichiamo l'accesso universale al sistema educativo pubblico integrato - generalizzando la scuola dell’infanzia - da zero a sei anni, con intervento prioritario nel Sud del Paese; l'innalzamento dei livelli di istruzione e l'obbligo scolastico a 18 anni, da perseguire in funzione del riordino dei cicli del nostro sistema d’istruzione; il governo contrattato dell’alternanza scuola lavoro intesa come metodologia didattica; il potenziamento qualitativo e quantitativo dell’utilizzo degli apprendistati formativi; il diritto soggettivo all’apprendimento permanente e alla formazione in ogni fase della propria vita e maggior sostegno al diritto allo studio e realizzazione dell’effettiva gratuità per il percorso di istruzione.

La promozione della cittadinanza e dei diritti non può fare a meno di individuare come determinante il tema della legalità e della lotta alle mafie, in questo quadro la Cgil ha assunto la decisione di costituirsi parte civile nei procedimenti giudiziari per mafia. La Cgil si è sempre proposta l’obiettivo di diffondere una cultura della legalità. Le mafie si sconfiggono contrastandole con politiche sociali, economiche e istituzionali, individuando strumenti di natura contrattuale e di proposta legislativa a partire dai settori maggiormente esposti, come gli appalti e i beni e le aziende sequestrate e confiscate. La legalità si afferma a partire dal lavoro, riducendo povertà, ingiustizia sociale, diseguaglianze, combattendo la corruzione, contrastando lo sfruttamento, il lavoro nero, il caporalato e la prevaricazione.

Stessa battaglia culturale e valoriale che deve vedere la nostra Organizzazione in campo sul tema delle migrazioni, inteso quale fenomeno strutturale legato ai grandi cambiamenti - demografico e climatico - e agli effetti di un modello economico che non garantisce l'accesso ai beni primari per la maggior parte delle popolazioni. La questione migrazione va assunta come tema centrale.

Le migrazioni rappresentano un fenomeno strutturale della società. Intorno ad esse si misura, infatti, l'insieme delle politiche e il loro livello di adeguatezza: da quelle economiche a quelle sociali, da quelle internazionali a quelle nazionali e locali fino a quelle relative alla coesione tra le culture.

La strada da percorrere per creare pace, sicurezza e sviluppo passa dalla difesa della libertà di circolazione, da valori quali uguaglianza, solidarietà, accoglienza, multiculturalismo, pari opportunità. Solo così si possono sconfiggere gli estremismi, le guerre, le migrazioni forzate. L'Europa non ha dato risposte all'altezza dei suoi principi fondanti e del rispetto dei diritti umani e attraverso gli accordi con la Turchia, la Libia e altri paesi africani di passaggio ha abbandonato migliaia di persone in condizioni disumane. A partire dal nostro Paese che considera ancora questo come fenomeno emergenziale, chiediamo un cambio di rotta con la cancellazione di tutte quelle norme vigenti discriminatorie, cominciando dalla legge Bossi/Fini. Occorre investire sull’ accoglienza, attraverso il rafforzamento del sistema Sprar e sull’inclusione, valorizzando una dimensione di rete con i servizi nel territorio e riconoscendo i diritti di cittadinanza per coloro che sono nati nel nostro Paese. Stessi diritti di cittadinanza che vogliamo vengano garantiti ai tanti cittadini italiani ed europei emigrati nel Regno Unito, che potrebbero venire pregiudicati a causa della Brexit.
 
In questi anni la Cgil è stata anche protagonista di un rinnovato impegno a sostegno della parità di genere e contro le violenze sulle donne e i femminicidi, che ha contributo anche nel nostro Paese alla crescita della mobilitazione e alla costruzione di risposte contrattuali e legislative che devono essere rafforzate, implementate e sostenute da una continuità di impegno.
 
Solidarietà e Democrazia
Coesione, inclusione, partecipazione democratica sono strumenti con cui intendiamo cambiare il paradigma dell'individualismo e della disintermediazione, della frammentazione delle condizioni e degli interessi. Le trasformazioni rapide e intense che viviamo sia nel sistema produttivo che nella società richiedono invece uno sforzo ed un
cambiamento forte nell’agire sindacale. Un cambiamento che parta dalla misurazione e dalla certezza della rappresentanza e della rappresentatività per dare piena efficacia all’azione contrattuale, un cambiamento che rafforzi la pratica di lavoro confederale, superando i rischi corporativi per ricostruire una nuova solidarietà collettiva che va praticata in primis con una proposta forte di contrattazione inclusiva

L'idea di una società fondata sul rapporto diretto istituzioni cittadino, impresa lavoratore, ha alimentato in questi anni un pesante attacco al ruolo dei soggetti di rappresentanza e ridotto e spesso annullato le reti della solidarietà e delle tutele generali.

La parola che maggiormente identifica il lavoro è precarietà, in particolare tra le giovani generazioni. Di fronte a questa condizione troppo spesso la risposta è di carattere individuale, generata da un clima di paura e uno stato di sfiducia verso l’azione collettiva, tale da mettere in discussione il ruolo della confederalità. Per ribaltare questa situazione occorrono politiche economiche e sociali radicalmente alternative alle attuali e contemporaneamente ciò comporta un rinnovamento dello stesso agire del sindacato confederale, costruendo e riconquistando spazi di solidarietà, partecipazione e rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici. La scelta della consultazione straordinaria degli iscritti per la validazione della Carta dei diritti così come la raccolta delle firme a sostegno delle iniziative della Cgil, hanno rafforzato e rigenerato la dimensione confederale, identitaria e di appartenenza all’Organizzazione. Una nuova confederalità deve essere capace di avere un progetto generale di trasformazione della società e di restituire dignità e libertà al lavoro. Per questo, contrattare la digitalizzazione, significa dare rappresentanza attraverso la costruzione di un sistema di tutele ai lavoratori e le lavoratrici delle piattaforme, spesso collocati nell’ambito del lavoro povero e gratuito, a partire da alcuni principi inderogabili su orario, retribuzione, sicurezza, formazione.

La contrattazione collettiva in tutte le sue espressioni e declinazioni, è lo strumento di riunificazione della rappresentanza di tutte le forme di lavoro incluso quello autonomo, di redistribuzione del valore economico, di garanzia dei diritti, di ricomposizione del mondo del lavoro. La difesa e valorizzazione del Ccnl, risponde innanzitutto alla necessità di rafforzare gli strumenti di tutela universale del lavoro, gli strumenti di rappresentanza collettiva e di inclusione, in un mondo del lavoro sempre più smaterializzato. Il Ccnl è strumento di tutela e rappresentanza che unisce ed include, regolando i fondamentali diritti ad una giusta retribuzione, che realizzi l'obiettivo della crescita del valore reale dei salari, della valorizzazione professionale, della formazione, della tutela della sicurezza.
In questo contesto, il Ccnl è anche strumento che riconduce a identità collettiva la polverizzazione del lavoro e la solitudine delle persone nel lavoro, rappresentando le diverse soggettività. Occorre, al tempo stesso, estendere il secondo livello di contrattazione, per incidere maggiormente sulle condizioni di lavoro, superando le oggettive difficoltà della sua diffusione, nonostante le misure fiscali di sostegno. È necessaria, per questo, una politica fiscale orientata al sostegno della contrattazione collettiva che eviti una polarizzazione tra settori forti e settori deboli, mettendo in alternativa tra loro sistemi universali di tutela e forme sempre più private di prestazione alla persona.
 
La contrattazione collettiva è messa a rischio dal moltiplicarsi dei contratti pirata, assieme al crescente ricorso alle esternalizzazioni e appalti al ribasso e dall'espansione dei perimetri contrattuali slegati dalla reale attività di impresa o dalla tipologia reale della prestazione lavorativa, alimentando il dumping fra le imprese, con l'obiettivo della riduzione del costo del lavoro. La diffusione di questa prassi impone la necessità di ridefinire, insieme alle regole della contrattazione, anche gli stessi perimetri contrattuali e cogliamo l’occasione di farlo anche alla luce delle evoluzioni dei sistemi produttivi, ma con l'obiettivo di combattere le disuguaglianze attraverso il riconoscimento degli stessi diritti a tutte le lavoratrici e lavoratori, comunque impiegati, nell’azienda, sito o filiera produttiva. In questo quadro, vanno sperimentate nuove pratiche confederali, per favorire un maggior coordinamento tra Rsu e altre forme di rappresentanza dei diversi rapporti di lavoro, per determinare contrattazione collettiva prima ancora che inquadramento di categoria.

Gli accordi realizzati con le associazioni datoriali e in particolare l'accordo con Confindustria sul modello di relazioni industriali aprono un terreno di sperimentazione della partecipazione, secondo forme da definire contrattualmente, che occorre saper cogliere, per costruire una nuova cultura delle relazioni industriali, nella direzione indicata dalla proposta unitaria di Cgil, Cisl, Uil e della Carta dei Diritti.

La Cgil considera l'unità del mondo del lavoro un obiettivo strategico; l'autonomia sindacale e la democrazia in tutte le sue forme, la condizione per realizzarla. In particolare nella fase di crisi profonda della rappresentanza e in relazione al mutamento di contesto politico in Italia e in Europa, il mondo del lavoro può rispondere con un nuovo progetto di unità delle lavoratrici e dei lavoratori e del sindacalismo confederale, per rappresentare il lavoro quale valore fondante della democrazia e dello sviluppo. La Cgil è impegnata a produrre una nuova proposta di unità sindacale fondata sulla confederalità. Le condizioni appaiono oggi migliori che nel passato, in particolare, sul versante delle regole della democrazia e della contrattazione, in cui si assume come vincolante il voto dei lavoratori su piattaforme e intese. Inoltre, dopo il Testo Unico e le successive intese con le associazioni datoriali, appare matura la condizione affinché il Parlamento definisca, come proposto anche nella Carta dei Diritti, una legge sulla democrazia e sulla certificazione della rappresentatività dei sindacati e delle parti datoriali, cancellando l'art. 8, ponendo fine alla pratica degli accordi separati, che, come nella vertenza Fca, si è diffusa nei settori sia di Confindustria, che del terziario. Ciò renderebbe possibile anche dare valore erga omnes ai contratti collettivi nazionali e alla loro validazione democratica tramite il voto dei lavoratori e le lavoratrici, definendo i minimi contrattuali quale salario minimo legale.

16/04/2018



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